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Mielofibrosi primaria. Progressi nella diagnosi e terapia

 

Dott. Elisa Rumi, Dott. Chiara Elena, Prof. Mario Lazzarino, Prof. Mario Cazzola

Clinica Ematologica
Istituto Scientifico Policlinico San Matteo – Università di Pavia

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Sommario:
Definizione
Epidemiologia
Patogenesi
Forme familiari
Quadro clinico
Decorso della malattia
Diagnosi e diagnosi differenziale
Prognosi
Terapia
Protocolli di studio
Le più comuni domande dei pazienti affetti da mielofibrosi
Cosa offre l'Ematologia di Pavia al paziente con mielofibrosi?


Definizione up

La mielofibrosi primaria (PMF) è una neoplasia mieloproliferativa conseguente alla proliferazione clonale della cellula staminale emopoietica con incremento prevalente della serie mieloide e megacariocitaria. Nella fase conclamata della malattia tale proliferazione si associa a fibrosi midollare reattiva e ad emopoiesi extramidollare.

La mielofibrosi può insorgere come disturbo primitivo del midollo (Mielofibrosi primaria) o rappresentare l’evoluzione di una Policitemia Vera o di una Trombocitemia essenziale (Mielofibrosi post-policitemia e Mielofibrosi post-trombocitemia).

La fibrosi midollare non è sinonimo di mielofibrosi primaria in quanto esistono altre patologie che possono accompagnarsi ad un aumento della fibrosi midollare, quali alcune neoplasie emopoietiche, le metastasi di tumori solidi, le malattie autoimmuni, l’iperparatirodismo, il deficit di vitamina D, l’ipertensione polmonare, il trattamento con fattori di crescita (es. analoghi della trombopoietina), alcune infezioni (es. AIDS, leishmaniosi). In tali situazioni si parla di “fibrosi midollare” e non di “mielofibrosi”.

Epidemiologia up

L'incidenza è di 0.25-1.5 casi per 100.000 abitanti all'anno. La malattia si presenta prevalentemente nella sesta decade di vita con uguale frequenza nei due sessi. Sono tuttavia riportati in letteratura numerosi casi ad insorgenza giovanile.

Patogenesi up

Basi molecolari

La mielofibrosi è caratterizzata da una proliferazione della linea megacariocitaria e granulocitaria, con fibrosi midollare reattiva ed emopoiesi extramidollare.

Sebbene non sia nota la mutazione genetica iniziale capace di scatenare la proliferazione clonale e quindi l’insorgenza della malattia, il 50-60% dei pazienti presenta la mutazione JAK2 V617F del gene Janus kinase 2. Tale mutazione è stata scoperta nel 2005 dall’Ematologia sperimentale dell’Università di Basilea in collaborazione con l’Ematologia di Pavia. La proteina JAK2 è coinvolta nel meccanismo di trasduzione del segnale dal recettore di membrana (ad esempio il recettore dell’eritropoietina o della trombopoietina) al nucleo. La mutazione JAK2 (V617F) coinvolge il dominio autoinibitorio della proteina JAK2 e quindi determina un aumento dell’attività di JAK2 con conseguente eccessiva trasduzione del segnale e mieloproliferazione.

Nei pazienti affetti da mielofibrosi privi della mutazione JAK2 (V617F) si è cercato di individuare eventuali altre mutazioni. Ciò ha portato ad identificare nel 5-10% dei pazienti con mielofibrosi mutazioni del gene MPL che codifica per il recettore della trombopoietina.

Le mutazioni di JAK2 e MPL non sono specifiche della mielofibrosi, non sono mutualmente esclusive e probabilmente rappresentano eventi secondari ad un evento mutazionale non ancora identificato.

La mieloproliferazione clonale della mielofibrosi si accompagna ad uno stato infiammatorio responsabile della fibrosi midollare reattiva.

Clonalità

Circa un terzo dei pazienti con mielofibrosi primaria presenta alterazioni cromosomiche, e le anomalie riscontrate più frequentemente sono delezioni delle braccia lunghe del cr. 20, delezioni delle braccia lunghe del cr. 13, trisomie dei cr. 8 e 9 e le anomalie del cromosoma 1. Oltre a costituire un marcatore di clonalità, le anomalie del cariotipo rivestono un ruolo importante nella prognosi della malattia, come è stato recentemente confermato da numerosi studi clinici in tale ambito, in base ai quali il cariotipo viene classificato come “favorevole” o “sfavorevole” ed associato ad una diversa evolutività della malattia.


Forme familiari up

La Clinica Ematologica di Pavia conduce da tempo studi biologici e clinici per la definizione delle forme familiari di Policitemia vera, Trombocitemia essenziale e Mielofibrosi primaria. Tali studi hanno permesso di definire che la prevalenza delle forme familiari (in cui più membri di uno stesso nucleo familiare sono affetti da una malattia mieloproliferativa cronica Philadelphia-negativa) è circa del 7%. La trasmissione è di tipo autosomico dominante a penetranza ridotta. Non vi è evidenza che vi sia una trasmissione diretta delle mutazioni dei geni JAK2 o MPL tra le diverse generazioni, ma piuttosto che venga ereditata una predispozione a sviluppare la malattia mieloproliferativa cronica e che le suddette mutazioni oggi note costituiscano un evento secondario. L’andamento clinico delle forme familiari è simile a quello delle forme sporadiche. Da alcuni anni sono in corso studi di collaborazione tra l’Ematologia di Pavia ed il Center of Molecular Medicine (CeMM) dell’Università di Vienna, per definire le modalità di trasmissione genetica di queste malattie e per identificare precocemente i soggetti con tali forme familiari.

Quadro clinico up

All'esordio della malattia circa il 30% dei pazienti è asintomatico e la malattia viene scoperta per il riscontro occasionale di splenomegalia all'esame obiettivo o di anemia, leucocitosi e/o piastrinosi all'esame emocromocitometrico. Più raramente la diagnosi viene posta in seguito al riscontro di screzio leuco-eritroblastico allo striscio di sangue periferico o di valori elevati di lattico deidrogenasi (LDH) sierica. Nella fase prefibrotica iniziale l'unico dato clinico può essere rappresentato dalla piastrinosi, con problemi di diagnosi differenziale rispetto alla trombocitemia essenziale.

Nel 70% dei casi i pazienti presentano sintomi sistemici quali sudorazioni notturne, perdita di peso (calo superiore al 10% del peso corporeo in 6 mesi), febbre. La splenomegalia è presente alla diagnosi nel 90% dei pazienti e l'epatomegalia in circa il 50% dei pazienti.

I pazienti con mielofibrosi presentano spesso un incremento nel numero dei progenitori circolanti CD34-positivi. Il CD34 è un antigene di superficie presente nell’1% delle cellule midollari e nello 0,1% delle cellule nucleate circolanti e rappresenta un marcatore di immaturità dei progenitori emopoietici mieloidi. I pazienti con mielofibrosi hanno valori di cellule CD34+ circolanti nel sangue periferico superiori rispetto alla popolazione sana e rispetto a pazienti affetti da altre neoplasie mieloproliferative Philadelphia-negative. In base al range di normalità in uso presso il nostro laboratorio si considerano elevati valori di cellule CD34-positive superiori a 12/µl.

Le principali complicazioni delle fasi più avanzate della malattia sono l’evoluzione in leucemia acuta, le infezioni, le emorragie, l’ipertensione portale e l’insufficienza epatica secondarie a trombosi splancnica o a metaplasia mieloide, i fenomeni trombotici.

Dal punto di vista morfologico, l’esame microscopico di uno striscio di sangue periferico evidenzia la presenza di screzio leuco-eritroblastico e di dacriociti (eritrociti a forma di lacrima). La biopsia osteomidollare (esame essenziale per la diagnosi di questa patologia) evidenzia una proliferazione di megacariociti atipici, frequentemente disposti in aggregati (“clusters”) densi con fibrosi reticolinica di grado variabile. Nella mielofibrosi in fase prefibrotica (“early myelofibrosis”), la fibrosi è assente ma la diagnosi di malattia è suggerita dalla presenza di un midollo ipercellulare con un aumentato numero di megacariociti atipici associato ad iperplasia granulocitaria ed ipoplasia eritroide.

L'emopoiesi extramidollare interessa prevalentemente la milza e il fegato, con conseguenti splenomegalia e epatomegalia, ma può anche coinvolgere sedi insolite quali il polmone, la pleura, il pericardio, la regione paravertebrale ecc. causando sintomi particolari a seconda dell’organo coinvolto.

Decorso della malattia up

I pazienti affetti da mielofibrosi presentano un rischio trombotico più elevato rispetto a quello della popolazione generale, con un’incidenza pari a 2 eventi per 100 pazienti/anno. Tali eventi riguardano più frequentemente i pazienti di età superiore ai 60 anni ed i portatori della mutazione V617F di JAK2.

L’evoluzione leucemica è un evento infrequente nel corso della mielofibrosi, riportata nel 5-30% dei casi. Deve essere sospettata quando si assiste ad un sensibile aumento o riduzione dei globuli bianchi o ad una riduzione di piastrine ed emoglobina con febbre o manifestazioni emorragiche. Queste leucemie sono caratterizzate nella maggior parte dei casi da tipiche alterazioni del cariotipo, quali delezioni parziali o totali dei cromosomi 5 e/o 7 e 17.

Diagnosi e diagnosi differenziale up

I criteri per la diagnosi di mielofibrosi primaria sono definiti in accordo alla classificazione WHO 2008 e comprendono valutazioni cliniche, morfologiche, genetiche e molecolari. Per la diagnosi è necessaria la presenza di tre criteri maggiori e di almeno due criteri minori.

Criteri maggiori:

  1. Proliferazione megacariocitaria con atipie, cluster densi e fibrosi reticolinica; in assenza di fibrosi (mielofibrosi prefibrotica) le anomalie megacariocitarie devono essere accompagnate da aumento della cellularità midollare, proliferazione granulocitaria e riduzione dell’eritropoiesi

  2. Esclusione di leucemia mieloide cronica, policitemia vera, sindromi mielodisplastiche ed altre neoplasie mieloidi

  3. Presenza della mutazione JAK2 (V617F) o altro marcatore clonale; se assenti esclusione delle forme di fibrosi midollare reattiva

Criteri minori:

  1. Screzio leucoeritroblastico

  2. Aumento della latticodeidrogenasi sierica (LDH)

  3. Anemia

  4. Splenomegalia palpabile

La classificazione WHO del 2001 identificava una fase precoce di mielofibrosi primaria, detta mielofibrosi in fase prefibrotica caratterizzata a livello midollare dalla presenza di una cellularità aumentata e dall’assenza di fibrosi. Da un punto di vista clinico, il paziente in fase prefibrotica presenta in genere modesta leuco-piastrinosi, anemia di grado lieve, non è splenomegalico, ha valori normali o solo lievemente aumentati di LDH, può avere un valore di progenitori CD34 positivi circolanti inferiore a 12/µl. Tale condizione clinica è ancora riconosciuta dalla classificazione WHO 2008 purchè il paziente presenti dal punto di vista clinico almeno due dei quattro criteri minori.

La Mielofibrosi si può sviluppare tardivamente nel corso della policitemia vera o della trombocitemia essenziale: Mielofibrosi post-policitemia, Mielofibrosi post-trombocitemia. L'intervallo tra le due malattie supera in genere i 10 e 15 anni rispettivamente. Si manifesta con la comparsa di una sintomatologia sistemica e con una progressiva citopenia trilineare (riduzione di leucociti, emoglobina e piastrine) associata ad un aumento della splenomegalia. I criteri per porre diagnosi di Mielofibrosi post-Policitemia vera sono stati recentemente definiti da un gruppo internazionale (International Working Group on Myelofibrosis Research and Treatment, IWG-MRT). Per la diagnosi sono necessari i due Criteri principali e almeno due dei Criteri addizionali sotto riportati.

Secondo uno studio recentemente pubblicato dall’Ematologia di Pavia sono da ritenere fattori prognosticamente negativi alla diagnosi un valore di emoglobina inferiore a 10 g/dL, oppure, durante il follow-up, la comparsa di uno dei seguenti parametri: emoglobina inferiore a 10 g/dL, piastrine inferiori a 100.000/µl o leucociti superiori a 30.000/µl.

Criteri IWG-MRT per la diagnosi di Mielofibrosi post-policitemia vera

Criteri principali

♦ Precedente diagnosi di Policitemia vera (secondo i criteri WHO)
Fibrosi midollare di grado II-III (secondo i criteri europei EUMNET, European Myelofibrosis Network)

Criteri addizionali

Anemia; oppure non necessità di salasso o chemioterapia
Screzio leuco-eritroblastico allo striscio di sangue periferico
Splenomegalia (alla visita incremento della milza di 5 cm dall’arcata costale; oppure comparsa di splenomegalia)
Comparsa di almeno 1 sintomo sistemico (calo ponderale, sudorazioni notturne, febbre)

Criteri IWG-MRT per la diagnosi di Mielofibrosi post-trombocitemia essenziale

Criteri principali

Precedente diagnosi di Trombocitemia Essenziale (secondo i criteri WHO)
Fibrosi midollare di grado II-III (secondo i criteri europei EUMNET, European Myelofibrosis Network)

Criteri addizionali

Anemia; oppure riduzione dell’emoglobina di almeno 2 g/dL rispetto al valore riscontrato alla diagnosi di trombocitemia essenziale
Screzio leuco-eritroblastico sullo striscio di sangue periferico
Splenomegalia (alla visita incremento della milza di 5 cm dall’arcata costale; oppure comparsa di splenomegalia)
Incremento della latticodeidrogenasi serica (LDH)
Comparsa di almeno 1 sintomo sistemico (calo ponderale, sudorazioni notturne, febbre)


Prognosi up

L’International Prognostic Scoring System

Lo score prognostico attualmente in uso è l’International Prognostic Scoring System (IPSS), elaborato nel 2008 da un gruppo di studio internazionale. Permette di stimare la sopravvivenza dal momento della diagnosi di malattia e si basa su cinque diversi parametri di rischio: età alla diagnosi superiore a 65 anni, emoglobina inferiore a 10 g/dl, leucociti superiori a 25.000/µl, presenza di sintomi sistemici, e percentuale di blasti nel sangue periferico pari o superiore all’1%.

Ad ogni fattore è attribuito un punto e così, a seconda del numero di fattori presenti, è possibile suddividere i pazienti in quattro diversi gruppi di rischio: basso rischio (0 fattori prognostici negativi) con sopravvivenza mediana di 135 mesi, rischio intermedio-1 (1 fattore) con sopravvivenza mediana di 95 mesi, rischio intermedio-2 (2 fattori) con sopravvivenza mediana di 48 mesi, alto rischio (almeno 3 fattori) con sopravvivenza mediana di 27 mesi.

International Prognostic Scoring System:

Fattori prognostici sfavorevoli

♦ Età > 65 anni
Hb < 10 g/dl
WBC > 25.000/µl
Sintomi costituzionali (febbre, sudorazioni notturne, calo ponderale)
Blasti nel sangue periferico pari o superiori a 1%


N° di fattori

Gruppo di rischio

0

Basso

1

Intermedio-1

2

Intermedio-2

3

Alto


Dynamic International Prognostic Scoring System

Gli stessi parametri di prognosi utilizzati dall’IPSS sono stati successivamente integrati in uno score prognostico tempo-dipendente, applicabile in ogni momento della storia naturale della malattia, chiamato DIPSS (Dynamic International Prognostic Scoring System). Ad ogni parametro viene assegnato un solo punto, ad eccezione dell’anemia, che incide di più sulla prognosi (2 punti). Questo score permette di identificare i pazienti che presentano un decorso della malattia più aggressivo , così da poter orientare correttamente le scelte terapeutiche.

N° di fattori

Gruppo di rischio

0

Basso

1-2

Intermedio-1

3-4

Intermedio-2

5-6

Alto

Dynamic International Prognostic Scoring System- plus

Ancora più recentemente il DIPSS è stato modificato con l’aggiunta di tre ulteriori fattori di rischio indipendenti, che comprendono lo stato di trasfusione-dipendenza, la piastrinopenia (PLT < 100.000/µl) e un cariotipo sfavorevole. Sulla base del numero di fattori presenti, è possibile suddividere i pazienti in quattro gruppi di rischio: basso rischio (nessun fattore di rischio) con sopravvivenza mediana di 15.4 anni, rischio intermedio-1 (1 fattore) con sopravvivenza mediana 6.5 anni, rischio intermedio-2 (2-3 fattori) con sopravvivenza mediana 2.9 anni, ed alto rischio (almeno 4 fattori) con sopravvivenza mediana 1.3 anni.


Terapia up

L’atteggiamento terapeutico è diverso a seconda del quadro clinico del paziente.

Nel paziente asintomatico senza voluminosa splenomegalia è possibile adottare un approccio di sola osservazione e controllo senza terapia (watch and wait)

Nel paziente sintomatico che presenta un quadro clinico caratterizzato da citopenie periferiche o, al contrario, da marcata mieloproliferazione (splenomegalia, leucocitosi, piastrinosi) è invece indicato un trattamento.

Anemia

I farmaci utilizzabili per il trattamento delle citopenie periferiche sono i corticosteroidi, gli androgeni anabolizzanti, l’eritropoietina ed i farmaci immunomodulatori.

La terapia corticosteroidea (per esempio prednisone 0.5-1 mg/kg al giorno) risulta efficace nel 30% dei pazienti circa. L’ipertensione arteriosa, il diabete mellito e l’obesità costituiscono una controindicazione all’ assunzione di corticosteroidi.

Tra gli androgeni anabolizzanti il più utilizzato è il Danazolo. Alla dose di 600 mg/die consente di ottenere una risposta nel 30-40% dei pazienti con mioìelofibrosi con un tempo mediano alla risposta di 5 mesi. E’ però gravato da tossicità, prevalentemente epatica, ed è sconsigliato in pazienti con patologia prostatica.

L’eritropoietina consente di ottenere una risposta sull’anemia in una percentuale di pazienti variabile dal 16 al 60% a seconda degli studi. La probabilità di ottenere un miglioramento dell’emoglobina è maggiore se il livello basale di eritropoietina è inferiore a 125 mU/ml e se non vi è ancora fabbisogno trasfusionale.

I farmaci immunomodulatori agiscono grazie alla loro attività anti-angiogenetica, anti-infiammatoria, anti-proliferativa, immunoregolatoria e pro-eritropoietica. La Talidomide a basse dosi (50 mg/die) in associazione al prednisone consente un controllo dell’anemia nel 62% dei casi, della piastrinopenia nel 75% dei casi e della splenomegalia nel 19% dei casi. Risultati meno soddisfacenti con la Talidomide a basse dosi in monoterapia, con risposte del 22% per l’anemia e la piastrinopenia e del 19% per la splenomegalia. Il maggior effetto collaterale legato al suo utilizzo è costituito dall’insorgenza di una neuropatia periferica.

La Lenalidomide, derivato della Talidomide, alla dose di 10 mg/die, per 3-4 mesi, in associazione o meno alla terapia corticosteroidea, consente un buon controllo dell’anemia (22% dei casi) e della piastrinopenia (50% dei casi).

La Pomalidomide è stata recentemente utilizzata in uno studio randomizzato in doppio cieco (Pomalidomide 0,5 o 2 mg/die con o senza steroide) ed è risultata efficace per controllare l’anemia nel 23-40% dei casi a seconda del braccio di trattamento, con scarsa tossicità ematologia e senza complicanze neurologiche.

Splenomegalia, leucocitosi e piastrinosi

Nei pazienti con spiccata mieloproliferazione (splenomegalia, leucocitosi, piastrinosi) la terapia di prima linea è rappresentata dall’Idrossiurea (dose iniziale: 500 mg due volte al giorno). Altri farmaci utilizzabili sono gli alchilanti (Busulfano, Melphalan) e la Cladribina, gravati però da un maggior rischio di mielosoppressione.

Splenectomia

La splenectomia è indicata solo in caso di splenomegalia massiva sintomatica refrattaria alla terapia citoriduttiva, con anemia trasfusione-dipendente, piastrinopenia severa o ipertensione portale sintomatica. Tale procedura è gravata da un rischio di mortalità perioperatoria del 5-10% e da una morbidità (costituita per lo più da trombosi venose addominali ed infezioni) pari al 25% circa. La radioterapia a basse dosi trova spazio nel trattamento delle sedi di ematopoiesi extramidollare non epatosplenica e nei casi di splenomegalia refrattaria alle terapie standard, con un beneficio transitorio di circa 3-6 mesi.

Trapianto allogenico di cellule staminali

L’unica terapia potenzialmente in grado di guarire la mielofibrosi è il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche; tale procedura è tuttavia gravata da un elevato rischio di complicanze e di mortalità peritrapiantologica (18-40%, a seconda dei regimi di condizionamento utilizzati) e pertanto viene riservata esclusivamente ai pazienti con malattia aggressiva e rapidamente progressiva (rischio intermedio-2 o alto secondo gli score prognostici in uso).

Terapie sperimentali

Attualmente sono in fase di studio diversi farmaci a bersaglio molecolare, appartenenti alla categoria dei farmaci JAK2-inibitori. Alcuni di questi studi hanno superato la fase preclinica e sono in corso sperimentazioni cliniche su pazienti con mielofibrosi in fase avanzata. Tali farmaci interferiscono in maniera più o meno selettiva con l’attività della proteina JAK2. S sono dimostrati efficaci, in particolar modo nel controllo della splenomegalia e nella riduzione dei sintomi sistemici, indipendentemente dalla presenza della mutazione V617F.

Protocolli di studio up

Presso la Clinica Ematologica di Pavia sono attualmente in corso i seguenti studi clinici rivolti ai pazienti affetti da mielofibrosi primaria oppure secondaria a policitemia vera o trombocitemia essenziale:

Protocollo COMFORT II INCB 18424-352: Studio randomizzato di confronto tra l’ inibitore JAK INC424 compresse e la migliore terapia disponibile in soggetti con mielofibrosi primaria, mielofibrosi post-policitemia vera e mielofibrosi post-trombocitemia essenziale.

Tale studio clinico internazionale multicentrico si avvale dell’utilizzo di un farmaco appartenente alla categoria dei JAK2-inibitori per il trattamento della mielofibrosi in fase avanzata di malattia (score prognostici di rischio intermedio-2 o alto). L’arruolamento dei pazienti è stato completato ed è in corso il follow-up dei pazienti.

Protocollo POMALIDOMIDE CC-4047-MF-001 : Studio di fase II a gruppi paralleli, con controllo attivo, in doppio cieco, multicentrico, randomizzato e prospettico, per determinare la sicurezza e selezionare un regime di trattamento per CC-4047, assunto sia in monoterapia, sia in combinazione con prednisone, in soggetti affetti da mielofibrosi con metaplasia mieloide.

L’obiettivo di tale studio è valutare l’efficacia e stabilire la miglior posologia per il trattamento con pomalidomide nei pazienti affetti da mielofibrosi con anemia di grado moderato-severo. L’arruolamento dei pazienti è completato ed è in corso il follow-up dei pazienti.

Protocollo RESUME CC-4047-MF-002: Studio randomizzato di confronto tra l’ inibitore JAK INC424 compresse e la migliore terapia disponibile in soggetti con mielofibrosi primaria, mielofibrosi post-policitemia vera e mielofibrosi post-trombocitemia essenziale.

Tale studio clinico internazionale multicentrico randomizzato di fase III è volto a valutare l’efficacia e la sicurezza del farmaco pomalidomide in pazienti affetti da mielofibrosi con associata trasfusione-dipendenza. L’arruolamento dei pazienti è attualmente in corso.


Le più comuni domande dei pazienti affetti da mielofibrosi up

Che tipo di malattia è la mielofibrosi primaria?
♦ è una malattia mieloproliferativa cronica

è caratterizzata da anemia e splenomegalia
comporta un aumentato rischio di evoluzione in leucemia

Quali sono le cause della mielofibrosi primaria?
un danno genetico acquisito della cellula staminale emopoietica
uno stimolo proliferativo sui precursori midollari che si traduce inizialmente in una produzione eccessiva di piastrine e globuli bianchi, uno stimolo proliferativo secondario sui fibroblasti che si traduce in un aumento della fibrosi midollare

La mielofibrosi primaria ha un rischio di trasmissione genetica?
esistono casi familiari

Come si può sospettare la mielofibrosi primaria?
da un alterazione dell'emocromo
dal riscontro di epato-splenomegalia all'esame obiettivo o all'ecografia
dalla presenza di sintomi sistemici (astenia, febbre, sudorazioni notturne, dolori articolari, calo di peso)
dall’aumento dell’enzima sierico LDH

Quali sono gli accertamenti da eseguire per valutare meglio questa malattia?
biopsia osteomidollare
esame del midollo con analisi cromosomica
studio della mutazione V617F del gene JAK2
conta delle cellule CD34-positive circolanti
nelle femmine, studio della clonalità

Quando controllare la milza con l’ecografia?
l’ecografia consente una accurata valutazione delle dimensioni della milza. Nei controlli di routine, per la valutazione di milza e fegato è sufficiente la visita ematologica
l’ecocolordoppler portale consente di valutare una eventuale ipertensione portale o una trombosi del circolo splancnico

Tutti i pazienti con mielofibrosi idiopatica devono ricevere un trattamento?
♦ no

Quando è indicato l'impiego della terapia citoriduttiva?
nei pazienti con leucocitosi e/o piastrinosi e/o sintomi sistemici e/o splenomegalia progressiva

Come si esegue la terapia citoriduttiva con Idrossiurea?
lo scopo della chemioterapia citoriduttiva con Idrossiurea è controllare la piastrinosi e l’incremento del globuli bianchi e ridurre o controllare la splenomegalia
è indicato controllare l’emocromo ogni mese per valutare il valore di piastrine (Plt), emoglobina (Hb, Hgb), ematocrito (Hct) e leucociti (WBC, GB)
se si riducono troppo emoglobina, leucociti o piastrine è indicato ridurre il dosaggio dei farmaci

Quando iniziare la terapia trasfusionale?
quando l’emoglobina scende al di sotto di 8 o 9 g/dL, o in caso di sanguinamento

Quando è indicato l'impiego della terapia antiaggregante?
in caso di precedenti problemi vascolari

Quando è controindicato l'impiego della terapia antiaggregante?

in caso di precedenti problemi emorragici, o per valori estremamente alti di piastrine

Il trapianto di midollo osseo è da considerare un opzione terapeutica?
si, in casi selezionati


Cosa offre l'Ematologia di Pavia al paziente con mielofibrosi? up

Dal punto di vista clinico, l'Ematologia del Policlinico San Matteo, Università di Pavia, offre:

uno staff medico esperto nella valutazione iniziale e al follow-up dei pazienti con malattia mieloproliferativa cronica (Dott. Elisa Rumi; Dott. Chiara Elena; Prof Mario Lazzarino; Prof. Mario Cazzola)
la scelta terapeutica più appropriata al singolo paziente sulla base delle caratteristiche biologiche e molecolari della malattia.
un programma personalizzato di follow-up clinico, biologico e molecolare.
s tudio dell'albero genealogico per la diagnosi della mielofibrosi familiare con relativi programmi di terapia e follow-up.
discussione con il paziente delle possibili opzioni trapiantologiche e, qualora indicato, possibilità di effettuare il trapianto di cellule staminali presso il Centro Trapianti di Midollo e Cellule Staminali della stessa Clinica.
terapie sperimentali per le fasi avanzate della malattia.

Presso gli ambulatori della Clinica Ematologica di Pavia è inoltre possibile eseguire tutte le indagini necessarie alla diagnosi di mielofibrosi primaria e tutte le analisi complesse di tipo genetico che consentono di definire le caratteristiche prognostiche cliniche e biologiche nel singolo paziente. In particolare:

studio quantitativo della mutazione V617F del gene JAK2 (estrazione del DNA genomico dai neutrofili, e PCR quantitativa allele specifica)
studio citogenetico
analisi delle colture cellulari in vitro (CFU-E, CFU-GM)
studio dei progenitori emopoietici circolanti CD34-positivi
studio della biopsia osteomidollare
studio della trombofilia congenita